Test delle relazioni familiari

Il test delle relazioni familiari della psicologia sistemica

Il test delle relazioni familiari della psicologia sistemica

Il test delle relazioni familiari GM (Gandolfi e Martinelli, 1990 e 2008) è una procedura ideata per ovviare ai problemi esposti prima.

La struttura del test è molto semplice e si articola in tre momenti.

  1. Una seduta di consultazione con uno o entrambi i genitori per raccogliere informazioni sul problema e per individuare la lettura che i genitori stessi danno della situazione.
  2. All’incontro successivo sono invitati tutti i membri della famiglia nucleare, fratelli più grandi o più piccoli compresi, per partecipare ad una sessione di gioco alla quale il terapeuta non prende parte. La sessione è videoregistrata.
  3. Il terzo incontro è costituito dalla revisione del video insieme ai genitori (o al genitore). Questi costruiscono insieme al terapeuta una “nuova diagnosi”, che tiene conto della competenza relazionale del bambino, dell’informazione che veicola il comportamento oggetto di indagine e pongono le basi per l’inizio del lavoro terapeutico (sempre che il terapeuta decida di proseguire).

Alcuni vantaggi di questa procedura sono:

  • la seduta di gioco coinvolge tutta la famiglia, compresi fratelli più grandi o più piccoli. Spesso, considerata la “neutralità” della seduta di gioco, si riescono a includere anche i genitori più renitenti al lavoro psicologico.
  • evita il rischio di patologizzazione del bambino perché si focalizza sui processi interattivi della famiglia e mostra le connessioni tra i comportamenti disturbanti e quelli dei familiari
  • permette il coinvolgimento di soggetti con disabilità o di lingua straniera perché le capacità di produzione verbale non è il criterio primario per l’analisi dell’interazione
  • permette di osservare dal vivo eventuali preferenze dei genitori verso i bambini, ostilità all’interno della famiglia, o le modalità di comunicazione che ripetitive
  • coinvolge i genitori nel processo diagnostico e li rende protagonisti della – eventuale – fase terapeutica successiva. Saranno loro infatti ad attivare i processi di cambiamento all’interno della famiglia invece di affidare al terapeuta la presa in carico del bambino.

In questo modo l’intervento terapeutico mantiene un valore trasformativo successivo alla soluzione del problema oggetto del test: i genitori infatti imparano a non attribuire ogni comportamento del bambino a qualità innate (“è capriccioso, lo è sempre stato”, “è pigro come suo padre, ha preso da lui”, “è una testa dura, tutto suo nonno”) ma sono aperti a considerare la possibilità che quei comportamenti siano una risposta, per quanto disfunzionale, alle condizioni del suo ambiente di vita.

Digiprove sealCopyright secured by Digiprove © 2012

Commenta