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  1. Questo caso rappresenta il fallimento della psicologia. Non si tratta tanto di dare un’etichetta adesso, a posteriori, ma di prevenire prima che accadesse. Questa persona è stata da ben 12 medici prima di commettere il suicidio-omicidio! Neurologi, psichiatri e forse anche qualche psicologo. Non dico che questi dottori avrebbero potuto prevedere che uccidesse 149 persone, ma evidentemente non sono riusciti a supportare il paziente in maniera adeguata. Che stava male era un dato di fatto, che si sia rivolto ai medici è un altro dato di fatto. I medici non hanno informato Lufthansa in merito alla condizione in cui versava il paziente, evidentemente hanno sbagliato la diagnosi, non sono riusciti a capire la portata dei suoi problemi. Chi paga per la diagnosi sbagliata di un medico?

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      Ciao gattolibero,
      capisco che la vicenda lasci scossi ma non trovo che si debba decretare il fallimento di una disciplina ampia come la psicologia per un avvenimento del genere, almeno non più di quanto si debba demonizzare la medicina se un paziente che è in ospedale muore, magari mentre è sotto i ferri. Ci sono cose nella vita che non si possono controllare, così come ci sono terapie che non riescono o cure mediche che non salvano i pazienti.
      Gli psicologi possono senza dubbio dare una grande mano alle persone che hanno desiderio di cambiare qualcosa nella loro vita, ma non possono cambiarlo al posto loro, questo dev’essere sempre ben chiaro.

      Ho letto l’articolo del New York Times che citi sul tuo blog, ma non ci dice che tipo di rapporti Lubitz abbia avuto con i medici a cui si è rivolto, quante volte li abbia visti, che tipo di percorsi abbia fatto. Facciamo l’ipotesi che Lubitz sia andato da dodici psicoterapeuti diversi ma abbia fatto una seduta soltanto da ciascuno di esse: avrebbe forse fatto un percorso psicologico? No.
      Ma anche se avesse fatto una terapia lunghissima questo non cambierebbe il fatto che gli psicologi possono aiutare, anche molto, ma non possono fare tutto.

      Certo quello che è successo dovrebbe spingere sempre più le compagnie aeree a garantire ai loro dipendenti adeguati servizi di ascolto e di terapia, quando ne facciamo richiesta, oltre a uno screening maggiormente orientato al benessere psicologico perché, come dice l’articolo che citi:

      “Airlines and government regulators did not respond in any systematic or urgent way to warnings from their own experts that they were not doing enough to address mental health issues among flight crews.”

      1. Grazie per la risposta, almeno si riesce a ragionare un po’ su questi temi, nei giorni successivi alla tragedia è stato dato in pasto all’opinione pubblica di tutto senza adeguate riflessioni. Le segnalo un altro articolo del New York Times, che sta coprendo il caso egregiamente, uscito proprio oggi e che dà molti dati sulla prima depressione avuta da Andreas Lubitz nel 2009. Viene pubblicato anche il documento dello psichiatra/psicoterapeuta che ha trattato Lubitz, spiegando i farmaci che gli ha dato e le condizioni che presentava:

        http://www.nytimes.com/2015/04/30/world/europe/faa-questioned-andreas-lubitz-depression-germanwings-crash.html?smid=tw-nytimes&_r=0

        Sembra che nel 2009 abbia avuto “solo” una forte depressione dovuta allo stress del cambiamento dal vivere in casa con i genitori all’iniziare il training nella scuola per piloti di LH con tanto di trasferimento nel campus di Brema. La FAA americana lo ha avvisato che non avrebbe più potuto volare se mai fossero ricomparsi sintomi di depressione in futuro. Resto dell’opinione che i medici che l’hanno trattato adesso non sono riusciti a fare abbastanza e hanno delle responsabilità (poi nessuno gli farà niente, però spero che in coscienza loro non si autoassolvano).

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          Grazie della segnalazione, il documento è interessante e segnala che un certo grado di sofferenza psichica in Lubitz era conosciuto ma anche “tollerato” se in prima istanza la Federal Aviation Administration gli aveva concesso il permesso di volare negli Stati Uniti.

          In ogni caso non c’è dubbio che non i trattamenti effettuati non abbiano avuto l’esito sperato, ma il problema sta tutto nel perché e nella possibilità di riscontrare o meno un errore.
          Nel caso di un medico che opera può essere molto più “facile” trovare uno sbaglio: se lascia delle garze all’interno dello stomaco del paziente, ad esempio, la responsabilità è chiara. Ma nel caso di uno psicologo? Poniamo che il paziente non gli riferisca completamente i suoi vissuti e i suoi pensieri, avrebbe tutti gli strumenti per fare un intervento corretto? Oppure ipotizziamo che Lubitz spaventato dalla possibilità di non poter più volare, una cosa a cui sappiamo che teneva in maniera estrema, qualora gli fosse stato riscontrato nuovamente un episodio depressivo abbia fatto finta di stare bene riferendo una scomparsa dei pensieri negativi, dei cambiamenti d’umore, ecc. ecc.

          Con le informazioni che abbiamo credo che sia davvero impossibile dare un giudizio sul lavoro fatto da psichiatra e psicoterapeuta, ma se anche il loro operato professionale fosse stato sotto alcuni aspetti manchevole o sbagliato non dobbiamo dimenticare che chi lavora con la mente non ha “potere” ma dipende interamente da ciò che il cliente gli riferisce.

          Vorrei che fosse chiaro che in linea generale ci possono essere degli errori nel lavoro di psicoterapia o consulenza psicologica ma senza informazioni adeguate è difficile individuarli ed è anche giusto riconoscere che in alcuni casi la sincerità del paziente gioca un ruolo fondamentale altrimenti lo psicologo potrebbe basarsi eccessivamente sui propri ragionamenti. Pensiamo ad esempio al caso contrario: un pilota che ha un episodio depressivo e che lo supera ma non viene reintegrato al lavoro nonostante soggettivamente si senta bene, abbia smesso di assumere farmaci senza conseguenze e conduca una vita normale. Lo psicologo in questo caso non potrebbe essere accusato di aver rovinato la vita del paziente impedendogli il ritorno al lavoro nonostante il miglioramento?

          La questione della responsabilità degli operatori della salute mentale è un tema molto importante e difficile e ha una ricaduta diretta anche su chi ha una sofferenza psichica. Se uno psichiatra, ad esempio, ha anche solo un piccolo sospetto che il paziente possa essere violento e sa che di qualunque gesto di violenza verrà accusato lui stesso perché è il suo medico, che cosa gli impedisce di tenere il paziente costantemente in uno stato di sedazione per evitare problemi? Capisce che dal punto di vista deontologico ed etico la questione è molto delicata.

  2. Concordo sul ragionamento e sul rischio di spiegazione circolare. Però la diagnosi un minimo di predittività (su basi statistiche) la offre, no? C’è anche una questione di costo-efficacia: per evitare che le stragi siano 100 anzichè una, è utile usare una diagnosi di depressione come criterio di esclusione? Forse è il meno peggio che abbiamo…

    Che poi la discussione pubblica, in particolare da noi, risulti sciatta e distruttiva, purtroppo è ormai provato. Ed è sempre utile notarlo.

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      Si suppone che le diagnosi siano etichette che identificano configurazioni di sintomi e dovrebbero in effetti avere anche un valore predittivo, ad esempio rispetto alla possibilità di comportamenti suicidari.Il problema però – al di là della “instabilità” delle diagnosi e del concentrarsi sui sintomi piuttosto che sul funzionamento – è come utilizzarla per prevenire episodi problematici o tragici.
      Nel caso di Lubitz avrebbero potuto impedirgli di volare a vita a causa del suo primo episodio depressivo, ma questo sarebbe stato discriminatorio, l’alternativa è quella del monitoraggio periodico e dell’offerta di strumenti di trattamento gratuiti che mi sembra la migliore.

      Trovo più difficile riuscire a prevenire episodi di “follia lucida” in cui una persona con un funzionamento apparentemente normale, almeno per gli indicatori clinici, sta in realtà progettando una strage ma si guarda bene dal dirlo o dal mostrare ogni indizio di stranezza.

      Anche l’Economist sta dedicando spazio al tema: http://www.economist.com/news/international/21649486-stigma-mental-illness-fading-it-will-take-time-sufferers-get?fsrc=scn/fb/wl/vi/st/outoftheshadows

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