Depressione, farmaci e psicologia

Un'immagine di come la pubblicità sulla depressione influenzi l'opinione pubblica e i medici

Un'immagine di come la pubblicità sulla depressione influenzi l'opinione pubblica e i mediciLa questione se la depressione sia una “malattia” nel senso medico del termine o una condizione che gli individui possono sviluppare date certe condizioni ambientali è indubbiamente uno dei temi caldi che coinvolgono la scienza oggi.

Se da una parte abbiamo la medicina e la ricerca biologica che tendono a ridurre la sofferenza psicologica ad una questione chimica dall’altra noi psicologi abbiamo la consapevolezza che i pazienti migliorano grazie alla psicoterapia.
Il problema è che le strade della psicologia e della medicina sembrano procedere sempre in parallelo invece che incontrarsi.

E’ recente la pubblicazione di una articolo su LeScienze.it che suggerisce che la ketamina potrebbe essere il nuovo orizzonte della cura farmacologica per la depressione. Si tratta di un farmaco già utilizzato come anestetico e conosciuto per la sua capacità – a certi dosaggi –  di indurre stati dissociativi nella persona che lo assume; infatti alcuni la usano come sostanza stupefacente.

La notizia è sicuramente positiva se verrà confermata da studi rigorosi poiché pare che questa molecola abbia la capacità di trattare stati depressivi gravi e resistenti ad altri (non specificati) trattamenti. E’ corretto però usare molta prudenza quando si parla di farmaci antidepressivi poiché sappiamo che nei decenni passati abbiamo assistito ad un aumento esponenziale delle diagnosi di depressione, alla crescita smisurata della prescrizione di antidepressivi e alla sistematica eliminazione delle ricerche che ne negavano l’efficacia.

Dice infatti Shorter (2009):

 Con l’eccezione degli antinfiammatori non-steroidei, gli antidepressivi sono stati prescritti più frequentemente di ogni altro farmaco. Un’indagine del del National Center for Health Statistics del governo degli USA ha riscontrato che nel 2003-2004 gli antidepressivi sono stati prescritti a 310 pazienti su 1000. (p. 169)

Ma non è possibile che un aumento così vistoso delle prescrizioni sia dovuto a un effettivo incremento dell’incidenza di questo “disturbo”. Se così fosse bisognerebbe infatti spiegare il perché di questo incremento e le spiegazioni su base genetica, preferite dalla medicina, non possono giustificare variazioni così grandi nell’arco di poche generazioni.

Da una parte dobbiamo quindi ipotizzare, come fa Ugazio (2010) che

Il DSM III, a partire dalla sua terza edizione del 1980, ha introdotto criteri così poco discriminativi e decontestualizzati per la diagnosi di “depressione maggiore” che confluiscono in questa categoria diagnostica tanto persone normalmente tristi a causa di eventi negativi, quanto pazienti affetti da depressione clinica.

Dall’altra bisogna dare buona parte della responsabilità alle case farmaceutiche che hanno realizzato campagne pubblicitarie miliardarie per promuovere i propri prodotti antidepressivi e probabilmente hanno fatto pressione su medici e psichiatri perché li prescrivessero (interessante a tale proposito è la notizia di pochi giorni fa sui medici che prescrivevano senza reale necessità  l’ormone della crescita ai bambini ).

Ma non si tratta solo di marketing e di promozione dei propri prodotti, tecniche  del tutto legittime. Nel caso della depressione si parla anche del documentato tentativo di nascondere evidenze scientifiche che demolivano  il collegamento tra il miglioramento dei pazienti e i farmaci antidepressivi assunti. E’ quanto ha dichiarato nel 2010 Irvin Kirsch all’Espresso:

Negli ultimi vent’anni ci hanno raccontato che tutto era dovuto alla serotonina. Ma i dati genetici e di laboratorio (vedi box di pag 138, ndr) dimostrano che non è così. Così come lo dimostra il fatto che esistono antidepressivi che aumentano la serotonina (come la fluoxetina), altri che la diminuiscono (come la tianepina) e altri che non hanno alcun influenza su di essa, e il loro effetto è identico. Perché la serotonina non c’entra: ciò che funziona è l’effetto placebo.

Ciò che Kirsch ha scoperto è che la FDA (l’organismo americano che si occupa di concedere l’autorizzazione alla

Un'immagine della molecola di Ketamina presa da Wikipedia, probabilmente un principio attivo che farà da base per la prossima generazione di antidepressivi

Molecola di ketamina (credit Wikimedia Commons)

commercializzazione dei farmaci) ha sistematicamente ignorato i risultati delle ricerche scientifiche che dimostravano come i farmaci che agiscono sulla serotonina non fossero all’origine del miglioramento dei pazienti, al contrario: è l’effetto placebo che aiuta i pazienti a migliorare e non il principio attivo!

Questi risultati sono corroborati anche da una ricerca su “Jama” (il giornale dell’associazione statunitense dei medici) che mette in luce come, per pazienti in stato depressivo lieve o medio, l’effetto dei farmaci sia uguale a quello del placebo.

A ciò dobbiamo aggiungere tutti quei risultati che indicano come gli antidepressivi che agiscono sulla ricaptazione della serotonina siano sostanzialmente nocivi a livello di salute generale: sempre Jama pubblica infatti una ricerca condotta su 160 mila donne che dimostra come all’uso degli antidepressivi sia associato un tasso di mortalità (per infarto o problemi cardiocircolatori) molto più alto rispetto a coloro che non assumono questi farmaci.

Paradossalmente è ben documentato anche il fatto che il rischio di suicidio aumenta significativamente nei pazienti che assumono antidepressivi rispetto a quelli che prendono un placebo. (Qui la meta analisi di 700 ricerche pubblicata dal British Medical Journal)

Viene dunque da chiedersi quante volte il suicidio di un paziente sarà stato attribuito al suo stato depressivo mentre le ragioni di questo gesto possono essere ricercate anche negli “effetti collaterali” dei farmaci!
E’ la stessa FDA a mettere questo avvertimento nel proprio sito e a costringere le case farmaceutiche ad apporre un avvertimento sulle confezioni degli antidepressivi che dice “Antidepressant medicines may increase suicidal thoughts or actions in some children, teenagers, and young adults when the medicine is first started”, un po’ come gli avvertimenti sui danni del fumo stampati sui pacchetti di sigarette.

Vignetta satirica sulla ricerca della felicità a base di antidepressivi

“La ricerca della felicità”

In conclusione, gli antidepressivi possono rappresentare un aiuto per le persone sofferenti, a patto che il loro trattamento non si limiti all’uso dei farmaci ma preveda una psicoterapia. Inoltre è da monitorare seriamente sia l’efficacia dei farmaci sia la presenza di effetti collaterali perché troppo spesso medici e organizzazioni statali sono state ostaggio dell’enorme mole di denaro che questi medicinali sono in grado di muovere.

 

 BIBLIOGRAFIA

Fergusson, D., Doucette, S., Glass, K. C., Shapiro, S., Healy, D., Hebert, P., et al. (2005). Association between suicide attempts and selective serotonin reuptake inhibitors: Systematic review of randomised controlled trials. Bmj, 330(7488), 396.

Fournier, J. C., DeRubeis, R. J., Hollon, S. D., Dimidjian, S., Amsterdam, J. D., Shelton, R. C., et al. (2010). Antidepressant drug effects and depression severity. JAMA: The Journal of the American Medical Association, 303(1), 47-53.

Horwitz, A. V., & Wakefield, J. C. (2007). The loss of sadness: How psychiatry transformed normal sorrow into depressive disorder Oxford University Press, USA.

Shorter, E. (2008). Before prozac: The troubled history of mood disorders in psychiatry Oxford University Press, USA.

Smoller, J. W., Allison, M., Cochrane, B. B., Curb, J. D., Perlis, R. H., Robinson, J. G., et al. (2009). Antidepressant use and risk of incident cardiovascular morbidity and mortality among postmenopausal women in the women’s health initiative study. Archives of Internal Medicine, 169(22), 2128.

Ugazio, V. (2011). Prefazione. quello che la serotonina non spiega. TERAPIA FAMILIARE, 

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A proposito di Davide Baventore

Davide Baventore - Psicologo

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Mi chiamo Davide Baventore, sono uno psicologo sistemico, appassionato di teoria della complessità e delle nuove tecnologie. Vivo e lavoro a Milano, Busto Arsizio e svolgo consultazioni psicologiche online attraverso l'uso di skype. Da quando ho cominciato a studiare psicologia mi sono appassionato alle sue molteplici applicazioni, che la rendono una delle scienze più poliedriche che ci siano. Dall'aiuto a chi si trova in un momento problematico allo sviluppo dell'ergonomia, dalle tecniche di rilassamento alla meditazione, dalle applicazioni in ambito lavorativo allo studio della fisiologia del cervello la psicologia è diventata protagonista di una serie di ambiti diversissimi compreso l'utilizzo delle nuove tecnologie sia in senso positivo che negativo. In questo blog cerco di dare informazioni utili a colleghi psicologi e a persone interessate a conoscere questo mondo profondo e poliedrico. Per ogni domanda e curiosità che avete potete scrivermi attraverso il modulo che c'è nella pagina "chi sono" del sito. Ogni suggerimento è gradito! Se invece vi interessa una consulenza psicologica online cercate le informazioni nell'apposita sezione!

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