Razzismo, follia e i fatti di Firenze

Una fotogramma dal film L'odio ("La haine" è il titolo originale)
Una fotogramma dal film L'odio ("La haine" è il titolo originale)

Il film "L'odio" di Mathieu Kassovitz

Dopo la strage di Firenze nella quale Gianluca Casseri ha sparato a diverse persone originarie del Senegal, si cerca una spiegazione di quanto è successo.

Come sempre mi sembra che rispetto ai fatti di cronaca la psicologia e in particolare la psicologia sistemica[HTML1] possa e debba dire qualcosa. Ciò è importante in funzione del fatto che l’informazione tende a essere molto ripetitiva nel suo modo di descrivere le vicende di cui si occupa e rinforza modalità di lettura dei “fatti” che già fanno parte del senso comune, costituendo dunque ciò che noi chiamiamo generalmente cultura.
Arricchire il dibattito con contributi un po’ diversi è, secondo me, di vitale importanza.

Guardando le notizie online ho trovato un’interessante intervista alla sociologa Chiara Saraceno sul sito di Repubblica, che inserisco qui sotto.

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La domanda della giornalista che apre la conversazione fa da cornice a tutto il resto della conversazione perché inizia con quella che nelle tecniche di vendita si chiama la tecnica “dell’alternativa” o “della doppia proposta positiva”: è follia o qualcosa di più?
In questo modo la giornalista, Laura Pertici, introduce implicitamente i limiti della discussione (potremmo dire “l’ambito di pertinenza”) e potremmo tradurre così la sua domanda: “Professoressa Saraceno, in che categoria consiglia a noi persone normali di inserire Gianluca Casseri: in quella dei folli? O preferisce suggerirne altre (di categorie)?”

La professoressa Saraceno comunque non ha dubbi: non si tratta di follia ma di razzismo, perché il killer ha ucciso premeditatamente e lucidamente, non ha fatto le cose a caso. Per fare un paragone (non calzante, mi rendo conto) anche Hitler era razzista dunque, perché per anni ha lucidamente ed efficacemente ordito una strategia di guerra, guidato una nazione, condotto una campagna di conquista che rischiava di terminare con successo.
Se vogliamo usare il razzismo come etichetta rimane dunque aperta ancora una questione: cosa distingue una persona che prova sentimenti negativi nei confronti degli immigrati (e magari li esplicita a parole) da una persona che, provando gli stessi sentimenti, prende una pistola e spara? Entrambe le potremmo definire razziste, ma una qualche differenza in termini pratici ci deve pur essere.

In entrambi i casi comunque, sia che si parli di follia o che si parli di razzismo, si cerca comunque di trovare una causa a comportamenti che ci fanno paura (e dunque una spiegazione) ma anche di distinguere chi parla (la giornalista e la professoressa) e chi ascolta (i telespettatori) dalle categorie dei razzisti o dei folli. Insomma equivale a dire che il razzismo o la follia, qualunque di essi sia la causa, sono problemi che riguardano gli altri.

[Detto per inciso, razzismo e follia sono entrambi dei concetti creati per descrivere qualcosa la cui comprensione ci sfugge: qualcuno fa qualcosa che non capiamo, come lo definiamo? Un folle[HTML5].
Dopodiché la follia, da descrizione che era, diventa una spiegazione, quasi fosse una “cosa”. Perché qualcuno agisce in maniera sconsiderata? A causa della follia. Ma in questo circolo vizioso quello che si perde è proprio il senso, il significato. Dire che uno è folle o è razzista non aggiunge nulla alla nostra comprensione di quel fenomeno, ci dà solo una comoda etichetta per definire un fenomeno e garantisce un senso di controllo illusorio. Dato che quello che non capiamo ci inquieta potergli dare un nome è tranquillizzante.]

La Professoressa Saraceno parla della “ricerca del capro espiatorio” per definire l’atteggiamento di chi attribuisce unilateralmente problemi e colpe a una categoria di persone. E’ ironico sottolineare che lo stesso potrebbe essere detto del tentativo di attribuire le colpe di fatti cruenti come quelli di Firenze o di Torino a categorie di persone: i razzisti o i folli.
Naturalmente non intendo difendere o giustificare in alcun modo chi mette in pratica gesti intolleranti o violenti (questo in generale e non solo nei confronti di persone di razza differente) ma voglio sottolineare come la mancanza di un pensiero ecologico (che guarda alle connessione tra i fenomeni) caratterizzi sia chi è accusato sia chi è accusatore: la tendenza a dividere sempre in buono-cattivo, giusto-sbagliato, razzista-tollerante, folle-normale ci porta ad attribuire etichette che però non spiegano nulla. Per comprendere i fenomeni sociali che stiamo osservando dobbiamo probabilmente includere anche l’osservatore.

Quello che intendo dire è che per fare riflessioni produttive sul fenomeno che definiamo “razzismo” sembra molto più utile interrogarsi sulle caratteristiche del modo di pensare che coinvolgono tutto il corpo sociale perché è proprio al suo interno (e nell’interazione tra i suoi sottosistemi) che prendono corpo fenomeni come quelli tristemente accaduti.

Ad esempio, siamo sicuri che le modalità del pensiero scientifico classico che utilizziamo quotidianamente per ragionare (oggettività, analisi, scomposizione in parti isolate) non facilitino, piuttosto che contrastare, modi di pensare in cui c’è chi è  giusto e chi è sbagliato e in cui i comportamenti sono attribuibili solo al libero arbitrio dei singoli e mai all’interazione tra questi? E non è proprio dalla percezione che qualcuno è meglio di qualcun altro che derivan il pensiero razzista?

[HTML8] [HTML2]che utilizza una logica diversa dal senso comune, facendo riferimento alla teoria della complessità[HTML4] [HTML6]mi sembra che qui sia sensato citare una parte del bel metalogo di Bateson a proposito dell’istinto:

Figlia: “Papà, che cos’è un istinto?”
Padre: “Un istinto, tesoro, è un principio esplicativo”
F.: “Ma che cosa spiega?”
P.: “Ogni cosa…quasi ogni cosa. Ogni cosa che si voglia spiegare con esso”
F.: “Non dire sciocchezze. Non spiega la forza di gravità”
P.: “No. Ma è così perché nessuno vuole che l’istinto spieghi la forza di gravità. Se qualcuno volesse, la spiegherebbe. Si potrebbe semplicemente dire che la luna ha un istinto la cui forza varia in maniera inversamente proporzionale al quadrato della distanza…”
F.: “Ma non ha senso, papà”
P.: “Si, d’accordo. Ma sei tu che hai tirato fuori l’istinto, non io”
F.: “D’accordo…ma allora che cos’è che spiega la forza di gravità?”
P.: “Niente tesoro, perché la forza di gravità è un principio esplicativo”
F.: “Oh.”[HTML7]
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A proposito di Davide Baventore

Davide Baventore - Psicologo

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Mi chiamo Davide Baventore, sono uno psicologo sistemico, appassionato di teoria della complessità e delle nuove tecnologie. Vivo e lavoro a Milano, Busto Arsizio e svolgo consultazioni psicologiche online attraverso l'uso di skype. Da quando ho cominciato a studiare psicologia mi sono appassionato alle sue molteplici applicazioni, che la rendono una delle scienze più poliedriche che ci siano. Dall'aiuto a chi si trova in un momento problematico allo sviluppo dell'ergonomia, dalle tecniche di rilassamento alla meditazione, dalle applicazioni in ambito lavorativo allo studio della fisiologia del cervello la psicologia è diventata protagonista di una serie di ambiti diversissimi compreso l'utilizzo delle nuove tecnologie sia in senso positivo che negativo. In questo blog cerco di dare informazioni utili a colleghi psicologi e a persone interessate a conoscere questo mondo profondo e poliedrico. Per ogni domanda e curiosità che avete potete scrivermi attraverso il modulo che c'è nella pagina "chi sono" del sito. Ogni suggerimento è gradito! Se invece vi interessa una consulenza psicologica online cercate le informazioni nell'apposita sezione!

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