La psicologa contro i mulini ad Harmony

Copertina del libro Invito al castello della serie Harmony

Scusate il titolo strano, ma non ho saputo resistere al gioco di parole.
Ho scartato un regalo avvolto nella carta di giornale e ho scoperto una chicca: un articolo uscito su la Repubblica di venerdì 8 luglio. Si intitola

Illudono le donne, così i romanzi rosa danneggiano la vita di coppia

Copertina del libro Invito al castello della serie Harmony

Siccome il titolo è tutto un programma mi sono subito buttato a leggerlo. Devo premettere che in generale credo che noi psicologi non dovremmo fare mai la parte dei soloni che dispensano consigli su cosa si deve e non si deve fare, eppure questa è una tendenza molto diffusa sia sul web che sulla carta stampata. A discolpa dei colleghi va detto che spesso le esigenze giornalistiche ci impongono di rispondere a domande mal poste o di ridurre concetti complessi in unamanciata di parole con il rischio che il messaggio che vorremmo dare venga frainteso o sia del tutto incomprensibile.

D’altra parte è pur vero che dà soddisfazione essere chiamati in causa come esperti di qualcosa e dunque non c’è occasione migliore di un’intervista per lasciarsi andare e sfoggiare tutte le nozioni e le convinzioni accumulate in anni e anni di studi (serviranno pure a qualcosa!).

L’articolo che ha dato vita a questo post contiene un concetto molto semplice: i romanzi tipo Harmony fanno male alle donne che li leggono perché finiscono per credere davvero che il mondo sia fatto di uomini passionali e avventure rocambolesche e dimenticano di vivere nel mondo “reale”.

La tesi è dell’autorevole psicologa e scrittrice britannica Susan Quilliam e la pubblica il Journal of Family Planning and reproductive Health Care del British Medical Journal Group. Titolo: “Lui la colse tra le sue virili braccia e posò le proprie labbra sulle sue”.

La psicologa ci va giù pesante, dice che quei romanzi interferiscono con il suo lavoro perché, di fatto, le donne danno più ascolto a quelle pagine piuttosto che a lei. Insomma la questione si configura quasi come un problema di obbedienza, e la collega trova che nella competizione con i libri sia lei la perdente. Infatti dice:

Ciò che vediamo e ascoltiamo nelle nostre visite di consulenza è molto più basato sulla documentazione Mills & Boon (equivalente britannico di Harmony, n.d.r.) che sulle informazioni fornite dalla nostra Associazione di pianificazione familiare e va in senso contrario ai messaggi che cerchiamo di promuovere.

In buona sostanza la collega si è imbattuta in un problema non esattamente nuovo: non basta dire a qualcuno che cosa deve (secondo te) fare perché lo faccia. Ne sono testimonianza i pacchi di biscotti che campeggiano ogni giorno sulla tavola della prima colazione di milioni di italiani: ciascuno riporta la dose giornaliera consigliata, ma quasi tutti mangiano esattamente la quantità di biscotti di cui hanno voglia (diete a parte naturalmente).

Ma la psicologa non desiste, e aggiunge argomentazioni inoppugnabili:

noi scoraggiamo l’idea di fare bambini a ripetizione, solo come conferma della persistenza di una relazione, e insegniamo che il sesso può essere meraviglioso, le relazioni piene di amore, ma entrambi non sono mai perfetti e idealizzarli è la strada più breve per spezzarsi il cuore.

E’ la terminologia usata che trovo in qualche modo molto sinificativa: scoraggiare, insegnare. Tutti termini che fanno riferimento alla sfera semantica dell’educazione. Ma gli adulti non sono come bambini ai possiamo insegnare e dare abitudini, non cambiano a comando e noi – d’altra parte – non siamo educatori che devono insistere perché facciano i bravi.

Credo che il lavoro dello psicologo sia quello di lavorare sulle premesse che sostengono i comportamenti e non sui comportamenti stessi. Ma per lavorare su queste premesse bisogna non solo guadagnarsi il rispetto e l’ascolto dell’interlocutore, ma anche dare risposta ad una domanda di cambiamento espressa o latente, altrimenti il nostro lavoro si trasformerebbe nel tentativo di aiutare a cambiare qualcuno che non vuol cambiare.

A me viene più facile chiedere: come mai queste donne attribuiscono tanta importanza a dei romanzi? Com’è la loro vita? Che cosa impedisce loro di filtrare le informazioni che leggono (tutti noi leggiamo “storie” che non sono vere)? Come sono le loro relazioni e come si sono costruite nel tempo? Quali possibilità hanno di trovare alternative alla loro attuale condizione? Il loro atteggiamento nei confronti della vita è proattivo o passivo? Quando e come lo hanno imparato? Come facciamo ad essere sicure che il loro comportamento sia frutto della lettura dei romanzi e non il contrario? Ecc, ecc.

Ora l’atteggiamento dell’autorevole collega mi sembra assomigli a quello che Marianella Sclavi (nel suo bellissimo libro Arte di ascoltare e mondi possibili) chiama l’atteggiamento coloniale.

L’atteggiamento coloniale è quel circolo vizioso per cui:

  1. un'immagine di Marianella Sclavi

    Marianella Sclavi

    ci si avvicina ad un gruppo considerato “svantaggiato” con l’intenzione benevola di aiutarlo. Lo scopo esplicito è quello di diminuire le differenze tra “noi” e “loro”, come ad esempio potrebbe succedere se qualcuno colto cercasse di sviluppare conoscenze e capacità di persone deprivate culturalmente.

  2. il gruppo dominante decidone quali sono gli aspetti da migliorare nella popolazione destinataria dell’intervento. Lo scopo è di riportare costoro nel “consesso civile”
  3. il rapporto tra le due parti è polarizzato sul presunto “difetto” dei beneficiari dell’intervento. Costoro, infatti, interessano ai benefattori solo in quanto minus habens, cioè portatori di un qualche difetto, e non sono riconosciuti come “competenti”.
  4. questo crea le condizione per un circolo vizioso in cui i benefattori, non vedendo alcun cambiamento dopo il loro intervento, trovano conferma del fatto che i loro beneficiati sono effettivamente dei minus habens e si meritano di restare nella condizione in cui sono.
Come dice la Sclavi:
Si tratta…di verificare se la mancata considerazione dell’altro in quanto “competente” nell’ambito di una forma di vita diversa dalla nostra abbia o meno delle ripercussioni personalmente e socialmente negative e discriminatorie, nonché tali da perpetuare eventualmente proprio quelle differenze che ci si propone benevolmente e assiduamente di combattere. I pregiudizi tendono sempre più spesso a presentarsi nel mondo contemporaneo sotto la veste di “scontri realistici di valori” o meglio scontri realistici di “visioni del mondo”.
Non so a voi, ma a me tutto questo fa venire in mente moltissime situazioni dell’Italia e del mondo contemporaneo.
Come psicologi evitiamo quantomeno di avere un atteggiamento coloniale.
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A proposito di Davide Baventore

Davide Baventore - Psicologo

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Mi chiamo Davide Baventore, sono uno psicologo sistemico, appassionato di teoria della complessità e delle nuove tecnologie. Vivo e lavoro a Milano, Busto Arsizio e svolgo consultazioni psicologiche online attraverso l'uso di skype. Da quando ho cominciato a studiare psicologia mi sono appassionato alle sue molteplici applicazioni, che la rendono una delle scienze più poliedriche che ci siano. Dall'aiuto a chi si trova in un momento problematico allo sviluppo dell'ergonomia, dalle tecniche di rilassamento alla meditazione, dalle applicazioni in ambito lavorativo allo studio della fisiologia del cervello la psicologia è diventata protagonista di una serie di ambiti diversissimi compreso l'utilizzo delle nuove tecnologie sia in senso positivo che negativo. In questo blog cerco di dare informazioni utili a colleghi psicologi e a persone interessate a conoscere questo mondo profondo e poliedrico. Per ogni domanda e curiosità che avete potete scrivermi attraverso il modulo che c'è nella pagina "chi sono" del sito. Ogni suggerimento è gradito! Se invece vi interessa una consulenza psicologica online cercate le informazioni nell'apposita sezione!

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