Parole in prestito

Una famiglia Inuit, probabilmente nel 1917

Una famiglia Inuit, probabilmente nel 1917Tutti coloro che hanno affrontato un esame di antropologia culturale si sono probabilmente imbattuti nel famoso aneddoto dei molti nomi che gli Inuit (una popolazione eschimese) userebbero per definire la neve. Apparentemente questa è una credenza impropria e i poveri Inuit hanno solo due modi di definirla (quella che cade e quella già caduta), ai quali poi attaccano suffissi e prefissi vari aggiungendo altre informazioni sulla qualità della neve e dandoci così l’impressione di possedere un numero smisurato di parole.

Al di là della questione linguistica sulla quale non ho competenza alcuna è interessante che questa leggenda metropolitana sia così diffusa e popolare. Ci affascina e ci incuriosisce la diversità, ancor più quando ha un sapore esotico come quello della terra dei ghiacci.

Chi vive nei paesi industrializzati ha la tendenza a ritenere che le culture un tempo considerate “primitive” siano depositarie di una saggezza che il pensiero occidentale e industrializzato non ha più, se mai l’ha avuta. Il tentativo di recuperarla porta poi a esaltare le culture native e a cercare conferma della loro superiorità morale, a discapito di una comprensione più completa e imparziale delle differenze che ci dividono.

Uno dei veicoli principali di questo fascino sono sicuramente le parole. Poiché queste sono alla base della comunicazione verbale e sono riflesso della struttura di pensiero vengono frequentemente usate per illustrare le differenze che abissali che ci separano dalla sensibilità delle popolazioni che abbiamo colonizzato.

Un esempio di questa tendenza è la parola Ubuntu. Le traduzioni che si trovano più ricorrentemente in rete sono “benevolenza versoUn'immagine del logo di Ubuntu, una distribuzione di Linux il prossimo”, “Io sono ciò che sono per merito di ciò che siamo tutti”, “Io sono perché noi siamo”: cioè in buona sostanza l’impressione che se ne ricava è che gli Zulu avessero una consapevolezza della natura “sistemica” della vita.  Dal punto di vista linguistico invece il sito Swaili.it sottolinea come ubuntu sia – di fatto – il corrispettivo della parola italiana “umanità”, nella sua accezione di “Complesso di elementi spirituali quali la benevolenza, la comprensione, la generosità e sim. verso gli altri, che sono o si ritengono propri dell’uomo in quanto essere sociale e civile” (dizionario Zingarelli).

Dunque le ipotesi che mi vengono da fare sono:

  • le definizioni che comunemente si trovano della parola Ubuntu sono in effetti ricavate dai racconti di persone madrelingua Zulu e non sono quindi definizioni ma esemplificazioni. In questo caso è possibile che davvero gli Zulu adottino una lettura del concetto di umanità in cui le connessioni tra le persone sono davvero centrali (come in effetti credo dovrebbe essere e come sostiene la psicologia sistemica) e in cui le azioni di ciascuno hanno inevitabilmente ricadute sugli altri
  • oppure tutta questa enfasi posta sulla saggezza della parola ubuntu ha più a che fare con il nostro desiderio di ritrovar una dimensione più “umana” (appunto), che non sappiamo cercare o trovare nelle nostre radici culturali.
  • Le due ipotesi precedenti naturalmente non si escludono a vicenda e ne esiste almeno una terza, quella più cinica: il fatto che queste parole solleticano il nostro lato più sensibile e ci spingono a “comprare” di più.
Di seguito alcune parole che si possono incontrare facendo qualche ricerca (le prime tre sono titoli di altrettanti film di Godfrey Reggio) e che corrispondono, bene o male, a quanto abbiamo detto fino ad adesso.

Koyaanisqatsi (lingua hopi): “vita in tumulto”, oppure “vita folle; vita tumultuosa; vita in disintegrazione; vita squilibrata; condizione che richiede un altro stile di vita”

Powaqqatsi (lingua hopi): “vita che consuma le forze vitali di altri esseri per promuovere la propria vita”

Naqoyqatsi (lingua hopi): “vita in cui ci si uccide a vicenda”

Mamihlapinatapai (lingua Yahgan): “guardarsi reciprocamente negli occhi sperando che l’altra persona faccia qualcosa che entrambi desiderano ardentemente, ma che nessuno dei due vuole fare per primo” o “due uomini che si guardano in faccia ciascuno dei quali desidera che l’altro gli offra qualcosa di cui ha necessità, ma nessuno vuole compiere quel gesto”

Opinnarnak (lingua Yahgan): “proprio ciò che uno può aspettarsi che gli capiti in quella particolare circostanza”

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A proposito di Davide Baventore

Davide Baventore - Psicologo

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Mi chiamo Davide Baventore, sono uno psicologo sistemico, appassionato di teoria della complessità e delle nuove tecnologie. Vivo e lavoro a Milano, Busto Arsizio e svolgo consultazioni psicologiche online attraverso l'uso di skype. Da quando ho cominciato a studiare psicologia mi sono appassionato alle sue molteplici applicazioni, che la rendono una delle scienze più poliedriche che ci siano. Dall'aiuto a chi si trova in un momento problematico allo sviluppo dell'ergonomia, dalle tecniche di rilassamento alla meditazione, dalle applicazioni in ambito lavorativo allo studio della fisiologia del cervello la psicologia è diventata protagonista di una serie di ambiti diversissimi compreso l'utilizzo delle nuove tecnologie sia in senso positivo che negativo. In questo blog cerco di dare informazioni utili a colleghi psicologi e a persone interessate a conoscere questo mondo profondo e poliedrico. Per ogni domanda e curiosità che avete potete scrivermi attraverso il modulo che c'è nella pagina "chi sono" del sito. Ogni suggerimento è gradito! Se invece vi interessa una consulenza psicologica online cercate le informazioni nell'apposita sezione!

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