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Cancro ed emozioni

Una copertina della rivista Nature

Una copertina della rivista NatureCome psicologo che lavora con i pazienti oncologici mi sono sempre confrontato con l’idea che le emozioni e le relazioni potessero avere qualcosa a che fare con la genesi di questa malattia (e se c’è un collegamento con il cancro di certo ci sarà anche con altre malattie).

Spesso succede che la malattia insorga, o venga scoperta, proprio in alcuni momenti chiave della vita di una persona: il pensionamento, la morte di qualcuno, l’indipendenza dei figli, un momento della vita di particolare importanza a livello esistenziale. E’ dunque facile diventare preda di fantasie che attribuiscono ad un certo modo di vivere la capacità di aumentare la predisposizione per questa malattia. Ho scoperto nel tempo che questo pensiero è abbastanza condiviso tra gli psico-oncologi e che qualche medico comincia ad averne il sospetto, ma non lo dice.

Ci ricordiamo tutti di un certo Galileo che fu costretto all’abiura perché le sue teorie erano in contrasto con quella che allora era la visione dominante, e spesso abbiamo sentito dire che la scienza è la nuova religione. Dunque non c’è da stupirsi che idee come quella della connessione tra emotività e malattia debbano sopravvivere più nelle voci di corridoio che nel dibattito pubblico.

Uno dei problemi fondamentali è che la nostra scienza si è ormai orientata a indagare i fenomeni a livelli di dettaglio estremamente elevati: se pensiamo a quanto in profondo possiamo andare nell’analisi di un tessuto, una cellula, una molecola o un atomo capiamo che i nostri strumenti di ricerca si sono raffinati a tal punto da poter analizzare livelli di complessità che sono molto distanti gli uni dagli altri. Io credo che questo sia un grande avanzamento del nostro livello di conoscenza ma allo stesso tempo anche un grosso passo indietro perché più andiamo nel dettaglio più perdiamo il contatto con la nostra esperienza.

Facciamo un esempio. Noi tutti mangiamo e proviamo piacere nel farlo, alcuni piatti ci danno sensazioni molto piacevoli a livello di gusto per cui diventano i nostri piatti preferiti e credo anche che nella formazione dei nostri gusti l’aspetto relazionale conti molto (com’è che nessuno riesce superare la bontà di alcuni piatti delle madri o delle nonne?).
Noi conosciamo bene il nostro palato e dunque ricerchiamo il cibo che ci gratifica di più in maniera naturale, senza pensarci.

Eppure se dovessimo provare a trovare una spiegazione del perché ci piace la pasta o la carne saremmo probabilmente in dificoltà. L’esperienza si giustifica da sola, non c’è bisogno di una spiegazione!

Potremmo allora provare a fare ricorso alla scienza e scendere nel dettaglio delle nostre percezioni: analizzare come sono fatti i nostri recettori del gusto oppure scomporre nei minimi dettagli le molecole del cibo e dei condimenti che ci piacciono. Se anche riuscissimo ad isolare “la” molecola che ci dà piacere (e sarebbe sempre una relazione tra molecole, secondo me) avremmo fatto un gran passo avanti dal punto di vista della scienza, ma non avremmo aggiunto niente di nuovo alla nostra comprensione di quell’esperienza!
Il fatto è che più scomponiamo, tagliuzziamo, riduciamo l’informazione ai suoi componenti minimi  più ci allontaniamo non solo dall’esperienza, ma anche dalla possibilità di avere uno sguardo complesso (e non complicato) sulle cose. Maggiore è la distanza tra il livello dell’esperienza e quello dell’analisi che facciamo maggiori saranno i collegamenti che dovremo trovare per connettere i due livelli.

E’ molto interessante dunque che l’anno scorso in uno studio pubblicato su Nature, una delle più importanti riviste scientifiche al mondo, sia citata una possibile connessione tra il cancro e lo “stress”. Io detesto il concetto di stress, perché è una specie di contenitore all’interno del quale si mette un po’ tutto (“ho reagito male perché sono stressato”, “sono andato in depressione per il troppo stress”, “non ho voglia, mi stressa”) e quindi perde un significato definito per diventare una specie di parola magica. Rimane però il fatto che riconoscere la connessione tra il tumore e la mente, l’ambiente e le emozioni è di certo un gran passo avanti e costituisce un’apertura importante della scienza biologista al contributo di uno sguardo più ampio e comprensivo.

Una curiosità: vi ricordate che il libro per il quale Galileo venne perseguito dalla chiesa si chiamava “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo“, sarà un caso che contenga la parola sistemi?

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A proposito di Davide Baventore

Davide Baventore - Psicologo

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Mi chiamo Davide Baventore, sono uno psicologo sistemico, appassionato di teoria della complessità e delle nuove tecnologie. Vivo e lavoro a Milano, Busto Arsizio e svolgo consultazioni psicologiche online attraverso l'uso di skype. Da quando ho cominciato a studiare psicologia mi sono appassionato alle sue molteplici applicazioni, che la rendono una delle scienze più poliedriche che ci siano. Dall'aiuto a chi si trova in un momento problematico allo sviluppo dell'ergonomia, dalle tecniche di rilassamento alla meditazione, dalle applicazioni in ambito lavorativo allo studio della fisiologia del cervello la psicologia è diventata protagonista di una serie di ambiti diversissimi compreso l'utilizzo delle nuove tecnologie sia in senso positivo che negativo. In questo blog cerco di dare informazioni utili a colleghi psicologi e a persone interessate a conoscere questo mondo profondo e poliedrico. Per ogni domanda e curiosità che avete potete scrivermi attraverso il modulo che c'è nella pagina "chi sono" del sito. Ogni suggerimento è gradito! Se invece vi interessa una consulenza psicologica online cercate le informazioni nell'apposita sezione!

Comments 4

  1. mm, riflessione succosa.
    Sono molto d’accordo con la critica al riduzionismo, e col fatto che nel “comprendere a fondo” un fenomeno, quel “a fondo” sia metaforico: non significa dover guardare sempre la molecola, o il neurone (vogliamo parlare della corsa al neurone, oggi, in italia e nel mondo?). Credo senz’altro che ci siano fenomeni da indagare ad altri livelli, per poterli comprendere.
    Poi certo, i risultati ottenuti a livelli diversi dovranno alla fine mostrarsi in sintonia, altrimenti qualcosa non quadra.
    Ma venendo all’esempio che citi.. siamo sicuri che, per cominciare, ci siano almeno delle correlazioni significative fra specifiche emozioni e specifici tumori? Se se ne trovano, senza dubbio può essere interessante indagarle. Il rischio però in partenza, secondo me, è l’effetto barnum: la vita è zeppa di momenti significativi, è difficile che una persona si ammali in un momento non significativo. Come con l’oroscopo, la significatività si trova, se la si vuole trovare.

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      Sì è vero che la tesi è suggestiva e puzza un po’ di magia o di new age, ma è difficile non notare alcune ricorrenze. Ad esempio a volte succeda che alla morte di un coniuge segua in breve anche quella dell’altro: certo entrambi erano anziani, entrambi potevano essere in cattive condizioni di salute, ma in alcuni casi il peggioramento delle condizioni del superstite sembra coincidere proprio con la morte del partner.
      In realtà queste riflessioni potrebbero anche essere in sintonia con la recente ricerca riguardo alla quale ho scritto questo post (http://www.psicologiasistemica.net/wp/2011/06/25/il-matrimonio-e-un-aiuto-contro-il-cancro/#axzz1QFWr0QqO) e che mette in evidenza la correlazione tra il matrimonio e una maggiore resistenza al cancro, una volta scoperto e curato tradizionalmente.
      Quello che secondo me rende tutte queste ipotesi un po’ fumose e magiche è il fatto che manca completamente un modello epistemologico che sia in grado di superare il dualismo corpo/mente. A mio parere finché non affrontiamo questo cambio di paradigma scientifico permarrà il divieto di inserire fattori mentali e affettivi all’interno delle teorie che spiegano il funzionamento del corpo. Allo stesso tempo continuerà ad essere impossibile dare una spiegazione a quei fenomeni, come l’effetto placebo e l’effetto paradosso, che oggi i medici usano con nonchalance senza rendersi conto che sono le micce della dinamite che farà saltare l’attuale spiegazione dei rapporti corpo/mente.

  2. ciao!
    interessante l’articolo! hai mai pensato di avvicinarti alla medicina orientale? ti acorgerai che queste teorie non sono affatto nuove. la relazione tra la mente ed il corpo e’ fortissima non dimenticandosi dello spirito. non sono teorie new age, ma “stra-radicate” da oltre 2000 anni ! sono solo diverse dalle nostre!
    non tutto si puo’ spiegare con il microscopio! —– ma lo STRESS e’ davvero qulacosa di reale visibilissimo al microscopio (ed e’ verissimo che il termine stress e’ malamente usato da tutti).
    oxoxoxxoxo

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      Ciao Richard, grazie del commento. Ho qualche conoscenza rudimentale di medicina cinese e penso che la sua rappresentazione del sistema mente-corpo sia molto utile a pensarci come un tutto e a focalizzarci sulle relazioni complesse che intercorrono tra le nostre parti. Credo però che anche le conoscenze della psicologia e quelle della medicina occidentale andrebbero in qualche modo integrate con il punto di vista orientale, ma per fare questo abbiamo bisogno di un quadro teorico così ampio da dare senso (e da riuscire a far interagire) queste tre visioni differenti.
      Purtroppo non esiste ancora una cornice così ampia da svolgere questa funzione, ma speriamo che in futuro si possa trovare.

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